Progetto Orlando   Progetto Orlando   Progetto Orlando   Progetto Orlando   Progetto Orlando
 
 
Progetto Orlando

 

Progetto Orlando
 
Progetto Orlando
 
 
Progetto Orlando
 
Progetto Orlando
Progetto Orlando
 
 
 
 
Percorso di navigazione: Transessualismo/ Approfondimenti teorici/

Progetto Orlando Visualizza tutti gli articoli di questa sezione

E. S. PERSON - L.OVESEY
 
Ethel Spector Person e Lionel Ovesey furono tra i primi negli Stati Uniti ad avvertire l’esigenza di una riflessione critica sulle ipotesi eziologiche e psicodinamiche che Robert Stoller aveva avanzato circa il transessualismo maschile.
Essi, seppur ritenendo, similmente a Stoller, che l’origine del disturbo sia pre-edipica, criticano la descrizione di una particolare costellazione familiare (padre assente e madre bisessuale e vuota che ha con il figlio un rapporto simbiotico), utilizzata per spiegarne l’eziopatogenesi.
Person e Ovesey non condividono l’ipotesi di Stoller riguardo la qualità a-conflittuale del processo di sviluppo dell’identità di genere del transessuale e secondo gli autori: “Ciò che è non conflittuale è quell’aspetto del normale sviluppo del nucleo dell’identità di genere che ricade, nel campo della relazione con l’altro: l’atto d’assegnazione (alla nascita) ad un sesso più che ad un altro e le pratiche d’allevamento che ne conseguono”; mentre già l’acquisizione di un’identità di ruolo di genere è ritenuta densa di conflitti (Galiani in Valerio et al., 2001; p. 112).
Person e Ovesey, conducendo uno studio “psichiatrico”, in cui intervistano venti pazienti transessuali, arrivano ad affermare che in nessun caso hanno osservato “quello stato di beata vicinanza” tra madre e bambino, che caratterizzava la famiglia del transessuale descritta da Stoller.
Gli autori, nella descrizione che il loro campione fa delle proprie madri, riscontrano un elemento costante: le madri provvedevano doverosamente all’accudimento dei figli ma erano indifferenti ai bisogni emozionali degli stessi. Madre e figlio, quindi, non erano troppo vicini, come definito da Stoller, quanto piuttosto eccessivamente distanti (Ovesey, Person, 1974; pp. 128-129).
Person e Ovesey definiscono il transessualismo come l’esito della difficoltà del bambino durante la fase di separazione-individuazione (Mahler), che se non superata da luogo alla comparsa di un’angoscia da separazione. Quest’angoscia non riguarda tanto la separazione dall’oggetto, quanto la frammentazione del Sé, l’andare in pezzi (Winnicott, 1962).
Tale minaccia d’annientamento, spinge il bambino a far ricorso ad una fantasia di riparazione che lo riporta ad una condizione fusionale-simbiotica con la madre. Questa fantasia consente al bambino di ripristinare innanzitutto la propria unità, divenendo (nuovamente) una cosa sola con la madre (Galiani in Valerio et al., 2001; p. 113).
In tal modo l’angoscia è mitigata ma a prezzo di un’ambiguità del nucleo dell’identità di genere (ovvero nel senso di mascolinità). Necessariamente, l’ambiguità di questo nucleo interferisce con lo sviluppo del genere dell’identità di ruolo e lo sviluppo sessuale e, in molti transessuali, esita in una relativa a-sessualità (Ovesey, Person, 1974; p. 118).
Tale reazione, per gli autori, potrebbe avere esiti diversi (diversamente patologici), secondo la sottofase in cui essa è percepita.
Ad esempio, diversamente che nel transessualismo, nel travestitismo e nell’omosessualità effeminata, l’angoscia di separazione è mitigata non attraverso una fusione simbiotica con la madre, ma facendo ricorso ad oggetti parziali e transizionali. Tali meccanismi non sono così primitivi come la simbiosi, possono essere operanti già prima dei tre anni, ma i loro effetti maggiori hanno luogo più tardi, e da quel momento sia nel travestito che nell’omosessuale effeminato, si stabilisce una lieve ambiguità del nucleo dell’identità di genere che, in questi casi, è fondamentalmente maschile.
Nel travestitismo, gli abiti femminili rappresentano la madre e, come “oggetto transizionale”, forniscono la protezione materna.
Nell’omosessualità effeminata, il ragazzo vorrebbe mantenere il legame di dipendenza dalla madre ma teme di essere inghiottito ed annientato; pertanto, trasferisce la sua dipendenza ed i suoi bisogni sessuali su di un oggetto maschile.
Il pene del suo partner diviene l’equivalente del seno della madre, incorporato oralmente ed analmente come oggetto parziale (Ovesey, Person, 1974; p. 136).
In questi casi, l’angoscia di separazione è mitigata per mezzo delle componenti pseudo omosessuali, dell’atto omosessuale (Ovesey, 1969).
Tuttavia, in periodi di stress, queste difese possono fallire e i soggetti possono regredire a fantasie più primitive di fusione simbiotica con la madre. E’ a questo punto che essi cominciano a provare impulsi transessuali (Ovesey, Person, 1974; p. 137 ).
Ovesey e Person ritengono che la reazione del bambino all’angoscia di separazione, secondo il momento in cui è percepita, può portare oltre ad esiti diversi dal transessualismo, anche a differenze all’interno della stessa soluzione transessuale, cioè quella fra transessualismo primario e transessualismo secondario (Galiani, 2001; p. 113).
“I transessuali primari, procedono verso una risoluzione transessuale dei loro problemi di genere e sessuali senza significative deviazioni verso l’eterosessualità o l’omosessualità. Su di un piano comportamentale, essi sono sin dall’inizio dei transessuali, rimanendo tali durante l’intero corso del loro sviluppo. In loro, l’impulso transessuale è insistente e progressivo e, solamente, non si arrestano fino a quando non hanno raggiunto il loro obiettivo.
Nel secondo gruppo, troviamo invece pazienti che muovono verso il transessualismo solo dopo aver attraversato periodi in cui sono stati attivamente omosessuali o travestiti. Dal punto di vista comportamentale, tuttavia, essi sono principalmente omosessuali o travestiti e, solo secondariamente, divengono transessuali. In questi, l’impulso transessuale può essere, sia transitorio e fluttuante, sia insistente e progressivo” (Ovesey, Person, 1974; p. 119).
Ovesey e Person analizzano un campione di dieci transessuali primari e dieci secondari, riscontrando alcune differenze significative.
Per quanto riguarda la famiglia dei transessuali primari, scrivono: “Le madri erano sensibili ai bisogni dei bambini così come loro li vedevano, non come questi li provavano”; erano descritte come volitive e testarde e molto preoccupate di sé stesse. I padri, risultavano molto simili a quelli descritti da Stoller (Ovesey, Person, 1974; p. 128-129).
Secondo i due autori, nel loro campione di transessuali primari, l’angoscia di separazione sembrava essere generata da un deficit nella qualità dell’accudimento materno empatico (Ovesey, Person, 1974; p. 129).
Nel transessualismo secondario, le costellazioni familiari dei transessuali omosessuali, presentavano un padre passivo e ostile ed in molti casi, emotivamente assente, ed una madre simbiotica, intrusiva od ostile; invece, nei transessuali travestiti, come per i travestiti, c’è una madre calda ed affettuosa, più raramente dominante ed opprimente (Ovesey, Person, 1974; p. 142).
In entrambi i casi, tuttavia, le cure materne sono incostanti, a causa o dell’inettitudine o di alcune disgrazie da cui la madre è sopraffatta (Ovesey, Person, 1974; p. 148).
Altre caratteristiche differenze che i due autori hanno riscontrato nei soggetti da loro intervistati sono che: “In nove casi su dieci, nei transessuali primari non vi era alcuna evidenza di effeminatezza nell’infanzia. Questi soggetti erano visti dai loro coetanei, maschi e femmine, come ragazzi che non avevano nulla in comune con delle femminucce… A scuola prendevano parte quando richiesto ad attività incentrate sull’irruenza ed il contatto fisico, sebbene lo facessero con un senso di disgusto interiore. I nostri soggetti non s’impegnavano in attività da bambine, né giocavano con le bimbe più di quanto facevano i ragazzi normali” (Ovesey, Person, 1974; P. 129).
Il transessuale primario, quindi, non è effeminato, anche se avverte ripugnanza o disagio rispetto alle attività più propriamente maschili.
Ciò che è stato riscontrato da Ovesey e Person non concorda con ciò che ha individuato Stoller: egli, infatti, riscontra un’estrema effeminatezza da parte dei soggetti da lui osservati, quali una tendenza a travestirsi con i vestiti della madre, a giocare con le bambine e ad assumere ruoli femminili.
Ovesey e Person spiegano queste differenze sostenendo che, Stoller non ha operato una distinzione tra transessuali primari e secondari, non ha, infatti, riconosciuto come primari, i transessuali da loro descritti, probabilmente per l’assenza della situazione familiare considerata “tipica” dall’autore.
Un’ulteriore critica fatta a Stoller, riguarda le sue posizioni inerenti eziopatogenesi dei disturbi dell’identità di genere nei maschi.
Stoller riconduceva l’origine di questi disturbi, ad un compito unicamente spettante al maschio: quello di “dis-identificarsi” dalla madre. Ovesey e Person contestano l’idea di un compito specifico per il maschietto: per loro la dis-identificazione è un processo che coincide con quello di separazione-individuazione, di conseguenza, ritengono che tale processo riguarda entrambe i sessi, e la sua assenza, produrrebbe autismo (Ovesey, Person, 1983; p. 115).
Per quanto riguarda la “convinzione” del transessuale, Stoller sostiene che i transessuali si descrivono come “un’anima femminile intrappolata in un corpo maschile” e che questa convinzione dura da tutta la vita, anche se non hanno in nessun momento negato la realtà anatomica della loro mascolinità. Stoller attribuisce dunque, la convinzione del paziente, ad un nucleo dell’identità di genere femminile, cominciatosi a strutturare nei primi tre anni di vita.
Ovesey e Person parlano di un nucleo d’identità di genere ambiguo, poiché il soggetto transessuale, non riesce pienamente, né a negare di essere un uomo, né ad accettare di essere una donna; essi sostengono che l’ambiguità deriva dalla fantasia inconscia a cui si ricorre per far fronte all’angoscia di separazione e quindi deriva dalla fusione simbiotica con la madre (Ovesey, Person, 1974; p. 121).
Riguardo il trattamento, gli autori sono d’accordo con Stoller nell’ affermare che, con un paziente transessuale, qualsiasi cosa si faccia, compreso il non fare assolutamente niente, porti ad uno sbaglio. Ciò nonostante ritengono necessario apportare un piano d’intervento per il singolo paziente: “Siamo convinti che ogni paziente dovrebbe almeno ricevere un’attenta valutazione psichiatrica e, se fosse possibile, dovrebbe intraprendere una psicoterapia di prova. Se questa non riesce a stabilizzare il paziente, la riconversione sessuale non può essere scartata, ma questa non dovrebbe nemmeno essere consigliata” (Ovesey, Person, 1974; p. 155).
Secondo Ovesey e Person è necessario, inoltre, che tutti i richiedenti siano valutati per sincerarsi che siano autenticamente motivati, non psicotici e che possano superare gli ostacoli sociali, economici e fisici che incontra chi vuole il cambiamento di sesso.
Ritengono che i transessuali primari siano i candidati migliori alla riattribuzione sessuale, poiché si sentono tali sin dall’inizio, il loro nucleo dell’identità di genere è molto ambiguo e soffrono da sempre di un costante disagio relativo al genere.
Questi pazienti sono, inoltre, inaccessibili alla psicoterapia, per cui in questo caso l’intervento chirurgico è egosintonico, avendo così maggiori probabilità di successo.
La situazione dei transessuali secondari è differente, il loro nucleo dell’identità di genere è essenzialmente maschile, la loro ambiguità è minore, di conseguenza è minore il loro disagio relativo al genere. Danno un valore al proprio pene e provano piacere nel sesso, queste caratteristiche non sono egosintoniche con la riattribuzione sessuale (Ovesey, Person, 1974; pp. 155-156).

 

 

Progetto orlando Copyright 2009 Progetto Orlando.
Realizzato da Pasquale Garzillo.
Progetto Orlando