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 A. OPPENHEIMER

Agnés Oppenheimer, membro della Società Psicanalitica di Parigi, nella sua attività scientifica si è occupata di questioni inerenti l’identità di genere in una serie di scritti nei quali è partita dall’analisi del fenomeno transessuale.
E’ nell’articolo “Il desiderio di cambiare sesso: una sfida per la psicoanalisi” che si può apprezzare il suo contributo alla discussione del fenomeno e nel quale propone un confronto tra il “desiderio” del transessuale e il dispositivo psicoanalitico (Bottone, Galiani in Valerio et al., 2001; p. 247).
L’Oppenheimer parte nella sua riflessione, da alcuni aspetti della teoria di Stoller, quali la distinzione tra sesso e genere e dal concetto di protofemminilità.
Stoller ha postulato l’esistenza di una femminilità primaria, caratterizzata da una simbiosi del bambino con la madre e di un necessario emergere da tale legame per arrivare alla differenziazione del Sé dal non-Sé, all’identità soggettiva e di genere. Descrive l’origine del transessualismo maschile come un mancato emergere da parte del piccolo da tale legame fusionale, fallimento supportato dall’assenza del padre, necessario polo identificativo del bambino, che arriverà ad identificarsi, in assenza di conflitto, con la madre.
Per l’Oppenheimer: “Stoller ha il grande merito di aver scoperto delle dinamiche familiari comuni, ma la conclusione a cui giunge mi sembra discutibile: questi bambini sarebbero, secondo lui, caratterizzati da un’identità di genere invertita, stabilitasi in assenza di conflitto… In questo modo secondo Stoller il ‘futuro’ transessuale non si confronterà né con il Complesso Edipico né con l’angoscia di castrazione” (Oppenheimer, 1992, pp. 253-254).
L’Oppenheimer continua dicendo che la teoria di Stoller oppone il sesso, che rinvia a connotazioni fisiologiche, al genere, che dipende da criteri psicologici e che ciò vada a razionalizzare quella stessa separazione tra sesso e genere rivendicata dal transessuale.
L’Oppenheimer sostiene che questa sia quindi una “teoria-riflesso”, creata appositamente per legittimare il vissuto e le credenze dei soggetti transessuali (Oppenheimer, 1992, pp. 253-254).
L’autrice crede che non sia verosimile che la femminilità primaria evocata da Stoller, esente da conflitti, possa agire come il solo motore della domanda del transessuale e sostiene che, in generale, i soggetti che chiedono la trasformazione non corrispondono alla descrizione di Stoller, se non per l’assenza di psicosi manifesta e per la loro diffidenza (Oppenheimer, 1992, p. 255).
L’Oppenheimer ritiene che il transessualismo, non sia un’entità determinata sin dall’infanzia ma un processo evolutivo, una soluzione après coup di conflitti e deficit (Oppenheimer, 1992, p. 253).
L’autrice cerca di dare una spiegazione del transessualismo, prendendo in considerazione le tipiche relazioni familiari che si possono osservare in questi pazienti: ”La relazione primaria con la madre è stata necessariamente perturbata… La madre non conferma la mascolinità del figlio e lo utilizza per il proprio narcisismo. Questa madre intralcia così la strutturazione del mondo del bambino, il cui Io o ‘Sé’ sessuato non si sviluppa ed un padre che non apprezza il figlio e non si lascia idealizzare da lui”. Il ragazzo, dinanzi a questo stato di cose, deve disinvestire il padre per evitare l’odio cosciente e rivolgersi alla madre per soddisfare i suoi bisogni d’idealizzazione.
Il mancato riconoscimento da parte del padre rinforza un “deficit”, una carenza, che si trasforma in conflitto, odio su di sé, volontà di voler distruggere la sua mascolinità, che rinvia alla castrazione. L’individuo metterà in atto la “fissazione alla femminilità”, atto compensatore e difensivo allo stesso tempo: ”La libido si stacca dal padre, il pene è svalorizzato ed il soggetto indirizza il suo desiderio di distruzione verso un altro, si rivolge ora contro la parte di sé che lo rappresenta” (Oppenheimer, 1992, p. 265).
L’autrice, infatti, individua il “vero motore del desiderio di trasformazione” nell’odio per il pene e per la mascolinità, originato dal bisogno di distruggere il pene e la mascolinità del padre; questo bisogno è però diretto, verso un oggetto sostitutivo che è parte di Sé (Bottone, Galiani in Valerio et al., 2001; p. 248).
Quest’odio verso l’oggetto sostitutivo, il pene, soddisfa le tendenze sadiche e permette di superare la perdita dell’oggetto.
La femminilità rimpiazzerà questo oggetto, come una restituzione che annulla la perdita, compensando la scarsa stima di sé come uomo.
L’Oppenheimer definisce il transessualismo una “patologia che della soggettivazione sessuata” che “sembra dipendere dalla patologia narcisistica, caratterizzata da una scarsa stima di sé, da una rappresentazione di sé negativa e dall’alternanza di stati del sé; si tratta, quindi, di un disturbo che deriva da un settore poco conosciuto del Sé, la sessuazione” (Oppenheimer, 1992b; p. 266).
Secondo l’autrice: “Il progetto di trasformazione e la sua realizzazione conducono ad un’esperienza narcisistica che apporta benessere, sicurezza e stima si sé. Del resto, l’atto di trasformazione porta con se l’odio inconscio verso i due genitori, che sono destituiti dalla loro funzione genitoriale. Il soggetto procede ad una nuova nascita che annulla il suo concepimento, ed è quindi un diniego del significato soggettivo di questo” (Oppenheimer, 1992b; p. 266).
L’Oppenheimer individua, poi, nella vicenda transessuale, una dinamica tipica della psicosi: ”Anche se la psicosi non è accertata, la ricerca transessuale si struttura secondo i due tempi tipici della psicosi (Freud, 1924b): ritiro dalla realtà, qui la realtà del sesso e creazione di una neo-realtà, qui il corpo femminile ed il ruolo di genere” (Oppenheimer, 1992; p. 255).
Il sintomo dei pazienti transessuali, il cambiamento di sesso, equivale ad un “acting out permanente”, che produce una “neo-identità” e di conseguenza una “neo-realtà” nel paziente e la presenta come un fatto compiuto. Tutto è poggiato sull’atto: “L’atto… sembra consentire al soggetto di rivelarsi maggiormente, giacché da questa nuova pelle egli si sente protetto” (Oppenheimer, 1992; p. 258).
L’autrice conclude affermando che i trattamenti con questi pazienti, l’hanno portata ad ipotizzare che: “Conflitti e traumi si ripetono anche se sono attenuati dall’acting out” (Oppenheimer, 1992; p. 258).

 

 

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