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C. CHILAND
 
Nell’opera “Le transsexualisme” Chiland afferma che, si definiscono transessuali, gli uomini o le donne che dichiarano di riconoscere di avere un sesso di uomo e di donna e che questo sesso non è quello al quale essi si sentono d’appartenere. C’è una contraddizione tra il sesso del loro corpo e quello della loro anima o tra il loro sesso ed il loro genere.
La Chiland scrive che i transessuali, parlando di sé, dicono di avere “un’anima femminile imprigionata in un corpo maschile” e si rivolgono alla medicina perché vogliono che sia loro restituito il loro ”vero” corpo; essi non ritengono di soffrire di una turba mentale.
Secondo l’autrice la definizione data al transessualismo nel DSM IV è limitante, il transessualismo, infatti non rappresenta solo un malessere, un disagio, ma un rifiuto totale del sesso anatomico assegnato e che a loro fa orrore (Chiland, 2003; p. 38).
È una convinzione incrollabile d’appartenere all’altro sesso, il transessuale ha bisogno di mantenere questa condizione e di convincere l’altro, in quanto l’altro gioca un ruolo capitale nel riconoscimento del sesso.
Le espressioni che usano i transessuali sono molto forti, parlano del loro corpo come di un involucro estraneo che gli fluttua intorno ed all’interno del quale, essi sono tappati (Chiland, 2003; p. 39). La Chiland trattando con la sua equipe giovani che rifiutavano il loro sesso d’assegnazione, ha potuto constatare il ruolo che giocavano le interazioni tra il bambino ed i suoi genitori, in presenza o meno del fattore biologico favorizzante (Chiland, 2003; p. 31).
In un suo famoso caso, aveva riscontrato un rapporto di “meravigliosa” simbiosi tra la madre e il bambino, cosa individuata anche da Stoller. “La madre viveva la più felice esperienza della sua vita, una vita che non era mai stata felice fino a quel momento. Sua madre, depressa, non l’aveva mai valorizzata in quanto donna. Da bambina era stata un ragazzo mancato, ma durante l’adolescenza aveva scelto di vivere come una donna. Si era sposata con un uomo estremamente solerte nel suo lavoro, che aveva lasciato che lei si occupasse da sola del suo bambino. La distanza tra loro era diventata sempre più grande, al punto di non avere più neanche una vita sessuale. Ella era divenuta depressa, con un sentimento di vuoto e d’incompletezza” (Chiland, 1997; p. 84).
Stoller afferma che i ragazzi transessuali si identificano con la loro madre e che quest’identificazione non è conflittuale, invece, l’autrice afferma che, piuttosto che una simbiosi tra madre e bambino, si vede il bambino di fronte al conflitto tra due immagini di donna, egli ha forse vissuto dei momenti meravigliosi d’intimità con sua madre, ma ha anche la sensazione di soffocamento (Chiland, 2003; p. 90).
L’autrice sostiene che, questi bambini, non si identificano con la loro madre, ma con una costruzione interna; ognuno di noi, infatti, non s’identifica mai ad una copia conforme ai genitori, ma l’identificazione è sempre una costruzione interna che comporta una gran parte d’idealizzazione (Chiland, 1997; p. 85).
La Chiland, descrivendo il comportamento di questi bambini, afferma: “Vogliono camminare con scarpe con i tacchi, vogliono essere come la loro madre alla quale sono particolarmente attaccati; un po’ più tardi, vedono che le bambine non hanno un pene, conoscono la differenza anatomica tra bambino e bambina e tentano di strapparsi il loro pene, così come da adulti domanderanno l’ablazione dello stesso” (Chiland, 2003; p. 89).
Il bambino dice “io vorrei divenire una bambina”, l’adulto dice “io sono una donna”.
Descrivendo la condizione del transessuale, la Chiland evidenzia quanto, per queste persone, sia inaccettabile il loro essere uomini, la masturbazione li angoscia, non desiderano delle relazioni sessuali con le donne, vogliono indossare vestiti femminili, con colori più graziosi. Vogliono truccarsi, portare smalto per unghie ed essere riconosciuti come donne (Chiland, 2003; p. 90).
Essi vogliono un riconoscimento contro tutte le evidenze, vogliono essere ciò che non sono (Chiland, 1997; p. 80).
Nella nostra cultura gli intersessuati sono considerati come viventi una sfortuna, una disgrazia di cui non né sono per niente responsabili. Essi non si sentono tanto colpevoli, come se fosse successo qualcosa con l’ambiente circostante durante la prima infanzia, piuttosto l’intersessualità, è un evento che è passato nel corpo, in utero.
Il paziente transessuale è considerato diversamente: essere nati senza verga ispira un sentimento d’orrore minore, rispetto a chi ”se la fa inventare o costruire o chi se la fa togliere”; si compiange il primo e si rifiuta il secondo.
Per tale motivo, i transessuali desiderano che si trovi una causa biologica alla loro disgrazia, che si scopra che sono intersessuati; perché ciò permetterebbe che la loro psiche non sia messa alla berlina (Chiland, 2003; p. 31).
Similmente a Stoller, anche la Chiland ritiene che la distinzione tra transessualismo primario e transessualismo secondario sia importante affinché si decida se effettuare un intervento di riassegnazione chirurgica del sesso (RCS).
Il termine transessualismo primario è subentrato a quello di transessualismo vero, puro, lo si incontra raramente e solamente nei bambini, mai negli adulti. Sono persone che si sentono d’appartenere all’altro sesso sin dalla prima infanzia, senza variazione né concessione al sesso d’assegnazione (Chiland, 2003; p. 47).
Transessuali secondari sono, invece, considerati coloro i quali comprendono molto più tardi d’appartenere all’altro sesso, generalmente dopo un lungo periodo di vita in cui ritenevano d’essere travestiti od omosessuali (Chiland, 2003; p. 123).
La Chiland sostiene che, nella realtà, siano molto frequenti anche delle forme miste, caratterizzate dalla presenza di varie componenti: identitaria, omosessuale e travestita.
I soggetti in cui predomina la componente identitaria sostengono la priorità dell’identità sulla sessualità.I pazienti in cui predomina la componente omosessuale non riconoscono facilmente l’attrattiva che ispirano in loro gli uomini; non ritengono di essere omosessuali ma eterosessuali, perché si sentono donne attratte da uomini.
I soggetti in cui predomina la componente travestita, non si travestono per ottenere un piacere erotico, ma per un sentimento di benessere che procura in loro un accordo tra ciò che sentono d’essere e ciò che sembrano (Chiland, 1997; p. 122).

 

 

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