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R.J. STOLLER
 
R. Stoller può essere considerato il pioniere tra tutti gli studiosi che hanno effettuato una riflessione sul transessualismo in chiave psicanalitica e costituisce ancor oggi, un importante punto di riferimento per gli “addetti ai lavori”.
Stoller ha portato avanti, per dieci anni, un ampio progetto di ricerca su un campione di 85 pazienti e 63 membri delle loro famiglie e le conclusioni a cui giunge sono in parte presenti nell’opera:  Sex and Gender. The Development of Masculinity and Feminility, pubblicata per la prima volta nel 1968.
In quest’opera, l’autore tenta una ricostruzione dei possibili aspetti eziologici e psicodinamici del fenomeno transessuale e delinea le sue teorie concernenti la sessualità ed in particolare l’identità di genere sessuale ed il suo sviluppo (Vitelli in Valerio et al., 2001; p. 31).
Stoller introduce la distinzione tra sesso e genere: il sesso sarebbe da riferirsi al piano biologico, il genere, alle componenti psicologico-culturali “maschili” e “femminili”, da cui ne deriva che, il ruolo di genere, indicherebbe i comportamenti agiti all’interno della relazione con gli altri; l’identità di genere, il riconoscimento e la consapevolezza da parte del soggetto della propria appartenenza all’uno o all’altro sesso e della presenza e mescolanza, all’interno di sé, di tratti più propriamente mascolini e tratti più propriamente femminili (Vitelli in Valerio et al., 2001; pp. 31-32). Stoller ritiene che il transessualismo consentirebbe, sia d’osservare la distanza che passa tra il sesso ed il genere, sia di trovare un’argomentazione a sostegno dell’ipotesi di una condizione originaria in entrambi i sessi, dal punto di vista psichico, di protofemminilità o femminilità primaria, che non è la bisessualità e che ricalcherebbe un analogo stato dello sviluppo embrionale.
Con il termine di protofemminilità, l’autore, intende riferirsi ad una fase estremamente precoce dello sviluppo psichico, a- conflittuale, contrassegnata da un rapporto simbiotico tra madre e bambino, in cui agirebbero primitivi processi identificativi, processi che Stoller ritiene simili all’imprinting ed al condizionamento operante. Nel successivo emergere da questa fusione simbiotica con la madre, che permetterà la differenziazione del Sé dal non-Sé, lo sviluppo dell’identità di genere e soggettiva, la bambina proseguirebbe nel suo sviluppo in maniera lineare, potendo mantenere l’identificazione di genere con la madre; il bambino dovrebbe, invece, superare le prime identificazioni femminili e dirigerle verso il padre.
La madre dovrebbe favorire ed accompagnare il bambino nella separazione e la figura paterna, che all’inizio dello sviluppo fa sentire i suoi effetti mediante la madre, dovrà successivamente, funzionare come oggetto identificativo per il bambino (Vitelli in Valerio et al., 2001; p. 33).
Il transessualismo è definito da Stoller “come la convinzione di una persona biologicamente normale di appartenere al sesso opposto: negli adulti tale credenza è accompagnata dalla richiesta di un trattamento chirurgico ed endocrinologico in grado di modificare la loro apparenza anatomica nel senso del sesso opposto” (R. J. Stoller, 1968; p. 46); quindi questa condizione è caratterizzata da una discordanza tra i dati anatomici ed il vissuto del soggetto, in altre parole tra sesso e genere. Per l’autore, l’origine del transessualismo maschile risiederebbe in un mancato emergere da parte del piccolo dall’originaria fase di fusione simbiotica con la madre, quindi nell’identificazione a-conflittuale con lei, che porterebbe ad una cristallizzazione dell’originaria condizione protofemminile.
Per Stoller: “Questi bambini sono immersi con la loro madre in una simbiosi del tutto particolare. Il bambino è continuamente l’oggetto di una stretta comunione corporea, essendo i corpi del bambino e della madre in contatto quasi in permanenza… Se piange è poggiato e tenuto contro la pelle della madre, cosa che si prolunga per molti anni ed è molto più intensa di quanto possa essere ogni altra relazione della madre con il suo bambino, anche nei primi periodi di vita del neonato” (R. J. Stoller, 1978).
Stoller descrive una precisa costellazione familiare, caratterizzata da un’eccessiva vicinanza della madre al bambino e da un’assenza della figura paterna. Egli individua dei tratti comuni a queste madri: “Si sentono ‘neutre’, provano una sensazione di vuoto e di incompletezza quasi depressiva che il bambino, con il suo corpo, viene a colmare, ricevono da questo contatto un piacere intenso ed inestinguibile… Una forte componente omosessuale le caratterizza: avendo una grande rivendicazione fallica, sono animate da una rabbia e da un desiderio di rivincita inconscio che fa disprezzare loro il marito e gli altri uomini, per i quali non provano desiderio; le relazioni sessuali sono insoddisfacenti, come gli scambi con il marito” ( R. J. Stoller, 1978).
Attraverso questa peculiare relazione simbiotica, una siffatta madre cercherebbe di trovare sollievo rispetto alla propria “vuotezza”, derivata a sua volta dal rapporto avuto con la propria madre (Vitelli in Valerio et al., 2001, p. 35).
Per Stoller i padri, invece, sono assenti e lasciano che questa relazione fusionale si sviluppi senza cercare di interromperla, e finiscono per incoraggiare il “processo di femminilizzazione” del bambino (R. J. Stoller, 1978).
L’autore evidenzia quanto, sin dall’uno o due anni di vita, è possibile rintracciare in questi bambini un comportamento femminile, tanto negli atteggiamenti che nei gusti: “Hanno un’attrazione ed un notevole gusto nel vestirsi da femmina al punto che il loro ambiente è convinto che sono d’essenza femminile, e ciò tanto più che i loro gesti, le inflessioni della voce, le loro preoccupazioni sono femminili” (R. J. Stoller, 1978).
Secondo Stoller, questi bambini sanno d’essere portatori di un pene, ma desiderano ardentemente essere femmine, quindi non sarebbero né psicotici, né perversi: “La convinzione transessuale, lungi dall’essere delirante, è dovuta ad un’illusione, ad un errore di interpretazione della realtà esterna senza che se ne costruisca una nuova costruzione” (R. J. Stoller, 1978).
Per lo studioso, questa convinzione di essere una donna è senza conflitto, come quella di un bambino normale, che sa di appartenere al suo sesso; il transessuale, quindi, non opera una negazione poiché riconosce la sua anatomia maschile.
Stoller sostiene che: “Il transessuale sia in grado di effettuare una valutazione realistica della sua anatomia, e ciò è molto lontano da quanto osservato nel caso di pazienti psicotici, i quali letteralmente credono che il proprio corpo sia divenuto un corpo femminile” (Stoller, 1975; pp. 74-75). Nello stesso capitolo di Sex and Gender, Stoller scrive: “Un maschio transessuale è una condizione rara, nella quale un uomo che è stato per tutta la vita estremamente effeminato, sente realmente di essere una donna (rispetto al ruolo e all’identità) e una femmina (rispetto allo stato biologico) e desidera che il suo corpo sia “corretto”, così da avvicinarsi alle caratteristiche anatomiche femminili. La sua condizione è differente, pertanto, da quella tipica del travestito, che è piuttosto un feticista che utilizza indumenti femminili per il piacere sessuale e considera se stesso come un uomo che talvolta ama assumere un ruolo femminile. Allo stesso modo la sua condizione è diversa da quella dell’omosessuale effeminato (come può essere, ad esempio, il caso di una “drag queen”) che non prova alcuna eccitazione indossando abiti femminili, né si considera una donna o una femmina, ma ama, invece, considerarsi un omosessuale cui piace indossare abiti da donna per mimare e prendere in giro le donne” (Stoller, 1968; p. 92).
E’ proprio a partire dalla necessità di trovare dei criteri che consentono d'effettuare una diagnosi differenziale, che hanno portato Stoller a distinguere in un suo lavoro postumo, Presentation of Gender (1985), tra transessualismo primario e transessualismo secondario.
Nel primo, rientrerebbero quei soggetti che presentano la tipica costellazione familiare già descritta in Sex and Gender e manifesterebbero i segni del disturbo sin dalle prime fasi di vita (uno, due, tre anni circa), senza alcuna deviazione, cioè manifestazioni comportamentali proprie del sesso biologico d’appartenenza, durante le fasi successive dello sviluppo.
Nel transessualismo secondario, invece, rientrerebbero quei soggetti, molto diversi tra loro, collocabili in condizioni quali il travestitismo o l’omosessualità, che si differenzierebbero dai transessuali primari per l’assenza della tipica costellazione familiare (Vitelli in Valerio et al., 2001; p. 43).
Con Stoller, la femminilità, non solo non rappresenta più un enigma, come sosteneva Freud (Freud, 1932), ma costituisce, al contrario, la chiave d’accesso per la comprensione dello sviluppo d’entrambi i generi, come proprio lo studio del transessualismo maschile starebbe a dimostrare (Vitelli in Valerio et al., 2001; P. 23).
Nel 1975 Stoller pubblica il II volume di Sex and Gender, in cui, riprendendo la tematica dell’identità di genere dei soggetti transessuali, parla di bisessualità intrinseca agli esseri umani, utilizzando in modo diverso da Freud il concetto di bisessualità.
Per l’autore essa sarebbe caratterizzata dalla co-presenza di un nucleo femminile e di un nucleo maschile, dato dall’attribuzione del sesso maschile ricevuta alla nascita e dalla posizione assegnata al soggetto dal più ampio contesto sociale (Vitelli in Valerio et al., 2001; p. 39). A partire da tale considerazione, l’autore scrive: “L’impulso transessuale alla riassegnazione chirurgica del sesso va inteso come il tentativo di risoluzione del vissuto del soggetto come individuo con due sessi, realizzato attraverso l’eliminazione del sesso indesiderato maschile. Ma, nonostante gli ormoni, la chirurgia e il farsi passare come donna, lo sforzo non è mai completamente coronato dal successo in quanto il sentimento di essere stato e, ad un livello più profondo, di essere ancora un maschio, non può essere estirpato. La bisessualità persisterà nonostante gli enormi cambiamenti nell’apparenza corporea e nel ruolo di genere” (Stoller, 1975; cap. V).
Per quanto concerne il trattamento, Stoller, già in Sex and Gender, così scrive: “Il tormento dei soggetti transessuali è intenso ed autentico. Ciò nondimeno, essi restano sempre, in misura maggiore o minore, insoddisfatti degli interventi effettuati. Sentono, infatti, che sebbene essi siano stati in grado di femminilizzare in parte la loro apparenza ed alcune funzioni del loro corpo, i risultati sono ben lungi dall’essere completi. D’altra parte, il non far nulla per tali pazienti, finisce per lasciarli nella loro condizione di profonda infelicità” (Stoller, 1968a; p. 247).
Stoller, parlando di queste persone, afferma che “non vi è al momento alcun trattamento conosciuto che possa renderli maschili nel comportamento e nell’apparenza”, aggiungendo, però, che “tra l’insistere che siano curati in ogni caso utilizzando strumenti che non funzionano (ad esempio la psicoanalisi)”, il “non far nulla, e il dare loro la possibilità di effettuare la trasformazione sessuale”, egli opta per quest’ultima ipotesi (Vitelli in Valerio et al., 2001; p. 41).L’autore precisa, in ogni modo, che è necessario trovare dei criteri validi, atti ad una diagnosi differenziale, per arrivare a tracciare linee di demarcazione tra condizioni, spesso solo apparentemente simili (Vitelli in Valerio et al., 2001; p. 42). Specifica, inoltre, quali casi dovrebbero essere esclusi dall’intervento: psicotici, depressi, sposati, coloro che presentano un’apparenza maschile e coloro che mostrano di trarre piacere dai loro organi genitali (travestiti, feticisti ed omosessuali effeminati).
 

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